mercoledì 4 maggio 2011

SCUSATE


IL PROPRIETARIO DI QUESTO BLOG E' MOMENTANEAMENTE DIVENTATO UN CRETINO (quando poi piove torno)

giovedì 3 marzo 2011

Seduti sul divano

Il rumore di un reattore posizionato sa Dio dove dentro al condominio, aspira per portar via il puzzo di fritto o cotto dei piani di sotto, il suono predominante è questo, parte sempre allo stesso modo come una turbina, piano, e poi si stabilizza, forte e sordo.
Rimbalza quel fruscio tra le pareti della stanza come in un flipper, contro ai bicchieri sporchi, i tanti bicchieri sporchi, persi ovunque, tavolo principale, tavolinetti, bancone della cucina, su alcuni, nel fondo, le croste rosse che fa il vino rimasto; poi fazzoletti, coppette, piatti, detersivi, pentole, tutto disposto a caso, come nella più stereotipata casa di un single.
Lui se ne sta sotto una coperta, mezzo nudo, con il sudore tra le cosce che poggiano sul divano, ripiegato in avanti come un santo in preghiera, ma non prega, aspetta, non pensa, prima si sarebbe addormentato, meglio sarebbe stato, solo quello.
Le mani nei capelli, sudati corti.
La vista della stanza lo affatica, una volta ogni tanto si sforzava a metterla in ordine, vivibile, a ricordo della casa di quando era piccolo; quando era piccolo la casa era inspiegabilmente sempre in ordine, ogni giorno, come se le cose non si sporcassero, un bicchiere poteva rimanere poggiato su un tavolo una ventina di minuti, poi spariva.
Li dentro invece resta tutto impigliato, incollato, il mobilio e pure lui.
Finisce una sigaretta e l’unico pensiero che lo consola è poterne accendere un’altra, poi anche quelle si esauriscono, per questo si era procurato del tabacco sciolto, se finiscono quelle vere se le sarebbe fatte da solo, poteva fumare sempre, di continuo.
L’idea dell’interminabile, dell’infinito gli da piacere, si ricorda quindi di quando suo padre aveva acquistato uno dei primi cellulari in commercio e lo stupore e l’angoscia nello scoprire che quegli oggetti hanno bisogno di venire ciclicamente ricaricati, che la loro autonomia è di qualche giorno al massimo, non aveva senso.
Il sudore tra le gambe comincia a rallentare e raffreddare.
Il silenzio e la turbina, i bicchieri, le bottiglie aride che prima contenevano il vino sono l’emblema della tristezza, il simbolo, il vino, anche solo come suono, come parola, come idea, gli sviluppa immediatamente una sensazione inarrestabile di tristezza, di ridicolo.
Da una porta dietro il divano spunta un culo di donna, un culo di donna con delle mutandine ficcate dentro al culo di donna, che gli sfreccia davanti, sega la stanza in obliquo, lui non sposta nemmeno lo sguardo, lo lascia sul puzzle incomprensibile del tavolinetto, in quel vomito di scodelle, sigarette, accendini e tubetti, lei taglia da angolo a angolo, andando contro il muro di vetro della casa, quello che guarda sulla stazione.
Come in un ring, nell’angolo, inosservata comincia a parlare, ma non da sola, parla a lui, quello che ogni tanto gli rimbalza in un orecchio:
“vento – freddo – certo che – stanco – ahaha – semmai ci andiamo”
Le pupille di lui, chiuse dentro le palpebre, sbattono in alto, poi a destra, poi in alto, poi a destra, poi in alto, poi a destra, immagini gli ricorrono negli occhi, con il movimento spera di strapparsele via, sono rivoltanti, poi un’esplosione dall’interno gli schizza di rosso le guance ed è in quel momento che vorrebbe azionare con la testa un tasto e schizzare via con il divano disintegrando il tetto nello spazio, e possibilmente una volta nello spazio non continuare il tragitto, ma esplodere una volta scontrato con atmosfere insopportabili.
Il sudore comincia ad asciugarsi e diventa come una pellicola gelida sulle parti più sensibili della pelle, un freddo malato si secca tra un pelo e un altro.
Quando il risucchio della turbina, sta per finire, due tre secondi prima dello stop si sente una decelerazione, il disturbo acustico si allevia e poi sparisce con un colpo.
-fuuuuu tum-
Poi resta solo silenzio.
Due corpi, un oceano di rifiuti, e il silenzio.
I primi secondi passano nella sorpresa che il rumore sia finito, poi la strada viene spianata ad una sensazione imbarazzante, è il silenzio che sta nel mezzo tra il cadere per terra e lo scoppio della risata collettiva, è quel silenzio li, con la differenza che non finisce, infinito e patetico.
“Certo che in casa non c’hai proprio un cazzo! Ahaha, voglio dire, un succo di frutta, della marmellata, il latte, come fai a non avere il latte?! Facciamo colazione fuori? Andiamo giù, niente di speciale ma almeno, perché io poi devo andare sennò quell’altre mi ammazzano, è domenica mattina è ci sarà il mondo in negozio, poi ci sono i saldi, no no, io nemmeno voglio immaginarmelo, tutte a cercare le mutandine giuste, ma pure quelle su di età èh! Ahaha, sisi, provocanti sempre, io penso: a una certa età dovrai pure tirare il fiato, molli, poi ci sono i bambini, ma li fanno i bambini quelle li?!”
Il fruscio riparte, stoppato quello meccanico, ora quello umano, un vortice che gli suscita l’effetto di quando stai per vomitare ma continui a mangiare, a mangiare, a mangiare.
Le parole gli si ficcano con dolore, prive di significato, dentro l’orecchio sinistro; gli avrebbero causato un’otite, un’otite che si sarebbe manifestata nei giorni successivi.
Avrebbe cominciato a sentire dolore appena all’interno dell’orecchio, poi sempre più giù, sempre più giù, a scendere lungo un lato del cranio, fino nel collo.
Un filo di sangue, rubino sciolto, gli inizia, con una goccia più grossa in prima fila, a marcare una linea sul volto, scende sul labbro superiore, in una verticale perfetta, al labbro inferiore, calcando i lineamenti del viso, quella linea, fino al mento.
In quel momento, come un elastico teso che ti scappa via dalle dita, il divano sul quale giace inerme, schizza verso il soffitto in un’accelerazione spropositata, strappa le strutture, i mattoni, le mezzane, in qualche frazione di secondo sente il dolore delle collisioni, il freddo del cielo, la città, con i suoi abitanti subito invisibili, ancora più freddo, ancora più freddo, ancora più alto, nemmeno il tempo di accorgersene, più nulla.

giovedì 10 febbraio 2011

Un Giardino

Un vizio del comportamento, in piedi, con i possenti gomiti poggiati contro il muretto che separa i giardini dalla strada, senza sbattere le palpebre, il pollice e l'indice della mano destra che a intervalli regolari oscillano dalla punta del naso, alla tasca dei pantaloni, come la freccia dell'orologio, che gela i secondi, uno dopo l'altro.
In piena età senile, l'età che lascia spazio alla meditazione e alla perdizione, un lavorio interiore ai più insopportabile, ripiegato alle volte dentro il vino.
Oltre lo sguardo e la punta del naso arrossata, il verde degli alberi chiude la vista, dal cielo al terreno, rimarcando lo spazio per i sogni dei bambini, che sgambettano rapidi, quasi che di gambe ne avessero più di due.
Scatti e stop, interruzioni, veroniche, riprese, giravolte, tuffi, rimettersi in piedi, abbracci e spinte, bacini e placcaggi, zuffe, poi la pace, nelle movenze frenetiche, in ognuno di loro, c'è la sintesi, l'avvolgimento rapido in esecuzione fisica, di quello che è la vita.
La facilità di quei minuscoli uomini e donne, nel cambiare stati d'animo, sentimenti e approcci, è la meraviglia della semplicità, la totale ignoranza delle macchine comportamentali, delle strutture che a poco a poco, il tempo gli costruirà intorno, sbarre metalliche saldate assieme, nell'innesto di un corpo robotico snaturato.
Ma per il momento niente, la pulizia e lo splendore della natura, che rifiuta i consigli e le premure delle giovani madri, attente agli abitini, alle scarpette, che non si righino col fango e con la terra.
Lui lo sa, sotto il berretto a riparare un cranio disarmato di capelli, lo sa, e si ripresenta più volte la settimana contro quel muretto, come un dinosauro stanco che si riposa, capace di veder brillare la vita che procede, che si ripete, e di riflesso di brillare lui stesso.
Rare volte gli capita l'emozione di ritornare comparsa dentro una scena che troppo spesso lo lascia in camerino, è la sensazione della plastica leggera di un pallone blu, che con riflessi inaspettati ributta nel verde, con il pugno della mano, salvandolo dall'asfalto, l'emozione di tornare sotto le lampade, bersaglio degli sguardi del parchetto, a risposta un sorrisetto imbarazzato.
Il mondo che vede lui, e che vedo anche io, è quello esente dalle paure e dalle ipocondrie, esente dal timore di farlo fuori posto, ospite indesiderato, per colpa dei grandi casi di cronaca, per le paranoie della sessualità, della malizia, delle inondazioni nere, sempre pronte a infangarci di morbosità.
Siamo esenti, tutti e tre: io, il dinosauro e quell'esercito di bimbetti.
Io sono il proiettile, tra le due aste della fionda, alla sinistra il nonno, alla destra i piccoli, per il momento fermo ma al tempo stesso sparato a velocità indicibile, sopra le caselle del gioco dell'oca.
Avanti, indietro, Bonus, torna all'inizio, lanciato come un paracadutista, accelero e rallento, cresciuto abbastanza per avere la forza di stringere quei pochi frammenti di nuvole contro le quali si sbatte, almeno una volta in tutta la discesa.
Ci vuole forza e attenzione, per tenere viva, d'oro, più lucida e piena d'ossigeno possibile, quella linea parabolica, quel cerchio, che oggi, davanti al giardino, collega tutti e tre, in questo nostro miracolo incomprensibile.

lunedì 17 gennaio 2011

Una censura

Indice, indice, indice, pollice: Zona pulita, possibilità dialogo.
Pollice, indice, pollice, indice: Incomprensibile, prestare attenzione.
Pollice, indice (compiuto molto rapidamente): Zona impraticabile, dileguarsi.
Si comunica così.
Noi glielo dicevamo di svegliarsi, ma quella banda di capre s’era fatta prendere per la gola, con la cazzata delle grandi promesse, ponti, autostrade, treni più efficienti, nemmeno fossimo ai primi del “900, ciclicamente, ogni 3 o 5 anni, si facevano fare a pezzi, senza che se ne rendessero conto, tutte le leggi messe a loro tutela dal dopo guerra.
Ora eravamo ridotti così, a fare delle mosse da schizofrenici, giusto per poterci parlare.
Noi c’avevamo provato. Ci provavamo a spiegare cosa stava succedendo, il susseguirsi degli episodi si era fatto così palese che con 15 parole era tutto fatto, comprensibile anche per un bambino; ma loro niente, niente.
Non era colpa di nessuno, era solamente colpa loro, della loro propensione sottocutanea al venire costantemente fottuti.
C’era chi nasceva così, e chi nasceva come me e come qualche altro, toccati dal signore. Non era una cosa che t’arrivava tramite l’istruzione, forse, anche, in parte, ma negli anni ormai mi sono convinto che sia soprattutto una predestinazione: c’è chi le fregature le fiuta e chi se le prende dritte in culo.
Sarebbe bastato poco, di persone oneste ce n’erano molte in giro, nella politica, nelle università, nei circoli, persone che avevano letto tra le righe quello che si sviluppava, bastava sostenerli, bastava starli ad ascoltare ed avere la quinta elementare.
Comunque il sistema che si era venuto a formare non era un cazzo di affascinante, anzi, c’era da rimpiangere le pagine di storia sul Nazismo, si preistoria, ma devastazione per devastazione, almeno quella era messa in piedi da una flotta di pazzi furiosi, e nel patologico c’è sempre qualcosa di interessante.
Invece niente, qui l’annozero del fascino.
Le bandiere sono brutte, non c’è un buon utilizzo delle forze armate, manca la polizia segreta, i primi ministri c’hanno le facce grasse e rimpolpate dalla merda chirurgica, e li accomuna un fattore: sono tutti vecchi.
Ma non normalmente vecchi, vecchi fuori dall’ordinario, bicentenari, tenuti in vita da sa Dio quali alchimie, macchinari, stregonerie.
Non hanno le facce da leader, il fisico da leader, non sono vestiti come leader, incarnano semplicemente lo stereotipo nauseante dell’uomo medio, un po’ maiale e un po’ furbo: “non aspirate al superuomo, votatevi!”.
Comunque questi morti viventi (ed erano già morti quando hanno cominciato l’opera), tramite mille peripezie architettate ad arte per imbrigliare la popolazione, alla fine ci sono riusciti: ora agiscono indiscriminati, vivono nell’ozio, si sono fissati sul territorio in maniera capillare inglobando nella rete primo secondo terzo quarto quinto grado di parentela, e fine della festa.
Perché lo fanno? Perché lavorare costa fatica, perché così dissetano quella innata e umana sete di potere, perché anche se sono bruttarelli in questa maniera si fottono le fiche.
La popolazione dal canto suo stenta, siamo come i noccioli di oliva dentro al frantoio, qualcuno s’è già spappolato e ha fatto la fine che doveva fare: o s’è ammazzato, o è scappato. Gli altri, noi, i noccioli, siamo pressati e spremuti, ma sempre vivi e questo, si badi, non ha niente di nobile.
I turni di lavoro sono massacranti, le paghe ridicole, la qualità della vita è scesa e scende ancora con rapidità, il tempo libero si assottiglia annualmente, tutto è squallido, ogni senso estetico è andato a puttane ed è rimasto in piedi solo il senso della sopravvivenza: riuscire ad azzeccare la pianificazione giusta per mangiare tutto il mese, senza rimanere con troppa fame.
L’ottica della popolazione è quella di lavorare per lavorare, sono cresciuti così, che ne sanno di com’è fuori, se metti un pesce dentro una brocca d’acqua, può rimanerci tutta la vita senza che gli venga la voglia di lago o di mare, quella è la sua normalità, va bene così.
Siccome siamo troppi, il governo, i governi, i parlamenti (che nel frattempo si sono moltiplicati senza una reale necessità, i figli figliano), hanno adottato misure tragicomiche per fare in modo che la popolazione si stermini di sola, sono ritocchi subdoli, ma efficaci, specialmente da quando la sanità è privata.
Ad esempio, l’età per la patente delle auto ora è a 15 anni, è sparito il concetto di minore età, vengono incentivate le vendite di autoveicoli molto potenti, sono stati aboliti i limiti di velocità, il prezzo degli alcolici, divenuti monopolio statale, è stato dimezzato, il suo consumo più che quintuplicato (e in costante crescita).
Il tutto, abbinato ad una martellante propaganda dei media, che proclamano come modello vincente attraverso film, telefilm, battute e trasmissioni, uno stereotipo maschile votato a una vita edonista e di costanti eccessi.
Si riscontrano notevoli difficoltà ad avere un sonno continuato dal sabato sera alla domenica mattina, perché continuamente interrotto da boati, sgommate, fischia, urla, sirene, lamenti e non di rado: esplosioni.
Se si ha la fortuna di svegliarsi presto, l’indomani, prima della pulizia delle strade, il panorama appare sempre variopinto e imprevedibile: si passa dai cumuli di automobili accartocciate, alcune in fiamme, altre solamente tetre e nude nella loro deformità, a corpi umani strappati, scomposti, schiacciati e ridotti a zerbino dal passaggio di altri autoveicoli, alcuni magicamente sbalzati in posizioni inaudite, dentro la biglietteria della stazione, adagiati tra i rami delle piante, rimasti conficcati contro i manubri delle biciclette parcheggiate.
Ovviamente, di tutto questo si può parlare liberamente.
Il fatto sensazionale consiste proprio in questo, i fatti, i crimini, le aberrazioni, sono all’ordine del giorno, qualcuno ne parla, qualcuno se ne disinteressa.
Non esiste il concetto di censura perché non sarebbe efficace, anzi rischioso, non c’è nessun tipo di repressione poliziesca, tutto si svolge nella normalità e dentro questa normalità ogni giorno è più anormale, i miei concittadini hanno imparato a lasciarsi torturare.
La mia nazione, questa popolazione, ha l’aspetto di un pugile sfiancato dai pugni, che rimane in piedi grazie alla sua tempra eccezionale, ma che progressivamente, ogni pugno di più, viene avvolto dal torpore della perdita di coscienza e conoscenza. E’ un paese alle corde, assuefatto, stanco, tragicamente vivo.
La mia nazione, questa popolazione, è diventata come il fenomeno da baraccone che ha imparato a mangiare e a digerire i pezzi di vetro, i chiodi, le puntine, gli aghi, le lamette da barba.
Io e quelli come me, abbiamo smesso di parlare.
Facciamo finta che ci sia da rischiare, da rischiare il carcere, l’esilio, la vita; ci facciamo dei cenni in codice che non interessano a nessuno, fingiamo la paura e l’ossessione per evitare di accettare questa nuova fase del sonno, sordo ad ogni tipo di sveglia, capace di coprire con sogni da quattro soldi incubi diventati realtà.

sabato 25 dicembre 2010

Un padre


Prima era finito il pane, poi erano finiti i barattoli, poi avevamo finito di parlare. Virginia, che era mia moglie, non dormiva mai, questo lo avvertivo nei frammenti notturni durante i quali anche io perdevo il sonno. Anche la bambina dormiva giusto per modo di dire, i lamenti incontrollati di Matteo fischiavano come la carne una volta buttata sul fuoco.
Era tutto bianco ed era tutto freddo, quel genere di freddo che ti trasforma le mani in pezzi di legno, di cristallo, pronte a rompersi al minimo sfregamento.
Dalle bocche uscivano come fiamme nuvole bianche, e io che non ero abituato a tutto quello, simulavo  la sicurezza che solitamente si attribuisce ai padri.
Tempo prima avrei chiamato quel che si vedeva intorno scenario suggestivo ma in quei giorni, che si erano fatti anni, di suggestivo non c’era niente.
La bambina anche se grandicella aveva le gambe magre e questo non era un buon segno; appena alzato la mattina, con lei ancora addormentata, cercavo di sfruttare i centimetri delle coperte che avevamo, in modo da farle sopra una striscia continua, che le coprisse dal collo ai piedi; lei non si svegliava o faceva finta di non svegliarsi.
La stanza era tutta buia, tranne l’azzurro della neve, che nelle prime ore del giorno entra dalle finestre come un velo, e due palle di ghiaccio che erano gli occhi di Virginia, seduta nel buio sulla sedia.
Portava la maschera di un viso inanimato e rompeva il silenzio, turbandomi a morte, solamente quando le sedevo accanto, in un bisbiglio incomprensibile che suonava come: “l’ammazzo, l’ammazzo”.
Matteo dormiva e tribolava con il cervello, la bocca scuoteva, sua madre lo svegliava con la dolcezza di un secondino per toglierlo da quegli incubi che erano il suo destino. Lui era buono per la caccia, con un bel tiro e gli occhi vivi che non gli sfuggiva niente, ma nello scendere giù per un poggio mentre era con me, la gamba gli si era piegata male, facendo un rumore unico con i legni che si spezzarono. Da settimane ormai aveva cominciato a gonfiare di viola.
Virginia con un cuscino blu e bianco stritolato tra le braccia, aveva l’aspetto della morte, io facevo finta di niente.
Il silenzio era carico di tensione come le trappole per topi, paralizzate ma pronte a scattare, a stroncare la vita.
Quel giorno uscivo con il figlio più piccolo, la sua tosse gli graffiava la gola ed era come se ad ogni colpo si graffiasse anche la mia, ma ci volevano degli occhi che mi anticipassero, perché i miei si erano fatti stanchi.
La neve si spappolava sotto i piedi, e dentro ai piedi, in maniera magica, filtrava sotto forma di acqua che si congelava subito.
Ci inerpicammo dentro a una salita che ci aveva dato da mangiare già qualche volta; alle mie spalle il suo respiro corto, su per la montagna, senza il coraggio di voltarmi.
Dai miei occhi spalancati sulla salita scendevano le lacrime per tutto quello che non riuscivo a gestire, per la tragedia non accordata che si stava consumando dentro la mia stessa famiglia.
Al ritorno avrei trovato un cumulo di neve nel giardino di casa.
Quel cumulo avrebbe portato il nome del mio figlio più grande.
Assistevo a quel collasso isolato, completamente inerme, perdendomi tra gli alberi un po’ per cercare delle bestie da ammazzare ma soprattutto per scaricarmi dalle spalle il peso degli sguardi e delle scelte.
Come rumori lontani, dietro la schiena le parole di mio figlio mi indicavano dove colpire e rispondevo, con il fucile scomposto, sparando dritto a me, contro le cortecce e contro i rami, catturato dalla rete delle lacrime gelate che nascondevo.
Continuavo camminando dritto, in salita, con le cosce che bruciavano, sentendo dietro di me alternarsi strappi di tosse a preghiere affinchè tornassimo indietro, ma non riuscivo a rispondere, le ore si srotolavano senza che facessimo una pausa, il tempo passava a velocità, esattamente come quando ci si addormenta per poche ore sopra un divano, in quel sonno che non è sonno e che non è veglia.
Segretamente speravo in tutto, speravo in un elicottero che non si fosse dimenticato di noi, speravo di incespicare in una carcassa ancora buona, speravo di trovare un segnale di fumo, una luce, un’altra casa, una radio, sentire la voce di qualcuno.
Per quello mi ero messo ad gridare aiuto, parole incomprensibili come un pazzo, nonostante avessi la sensazione di mantenere soltanto la bocca spalancata, senza far fuoriuscire niente.
Era la fine, quella salita infinita ci sputava dentro gli occhi aria gelida e proiettili di neve, aspettava solo di spezzarci il fiato e prenderci per stanchezza, farci inginocchiare per riposare, farci inghiottire, da quel fiume di vento.
Sentii poi una pressione sulla parte bassa del cappotto, mi sentii richiamato alla vita, dalla impercettibile forza di quel bambino che mi rifiutavo di guardare, e sentì dire: “la mamma è strana”.
Ci ritrovammo a correre sulle ginocchia verso casa, cadendo in continuazione, forzando quei corpi umani massacrati, in una corsa disperata, contro il tempo e contro le mie responsabilità.
Cominciava a schiacciarsi la luce, e tutto un giorno era passato in quello smemoramento della realtà.
Riconoscevo gli alberi e i profili delle montagne, sapevo che oltre l’ultima scarpata mi si sarebbe aperta davanti agli occhi la visione della mia casa.
Mi girai fissando negli occhi il volto di mio figlio, così gonfio e arrossato da farlo irriconoscibile, squittiva come un cricetino, sperando in un segno o una parola, quelle che un padre saprebbe dire.
“E’ tutto a posto”.
Gli ultimi passi pesavano quanto l’attesa di un verdetto, di una condanna a morte.
Alzai la testa, fissando, con gli occhi buoni solo a tracciare linee sfuocate, quella sagoma marrone che era la nostra casa; quasi in maniera autonoma il mio braccio sinistro, fece una piega all'indietro, per afferrare o forse farsi afferrare, da quel bambino che conoscevo ancora poco.
Non pensavo a niente, non sentivo la mancanza di mia madre, della quale non sapevo più niente da anni, e non sentivo il pensiero che ogni giorno, da appena sveglio, mi tramortiva, l'ossessione di sapere dove fossero sparite tutte le persone che conoscevo.
Non c'era più niente, tranne una piccola mano che intanto aveva stretto la mia, stringendo forte come certe mollette per capelli; solo noi due e la promessa stretta verso il cielo, verso chiunque la volesse accogliere, che se quella notte fossimo stati ancora in cinque, io avrei messo tutto a posto.
Misi a fuoco per quanto potessi e una botta di calore sparò sangue caldo dal cuore contro le minuscole vene che mi si vedevano sulle guance, non seppi dire niente, ma nel giardino tutto era come quando ero eravamo partiti: liscio, piano, bianco, vivo.

lunedì 15 novembre 2010

Un trono

File di donne, di donne bellissime.
Lui seduto guarda a diritto, sfuggono alla vista come sfuggono alla libidine.
Seduto sopra un trono sfarzoso, di pessimo gusto, messo li solo per ostentare, ostentare il potere del tutto, di tutto.
Seni piccoli, seni prosperosi, seni di bambine ancora da crescere, rilievi, seni grandi e rotondi, capaci di uccidere, seni di corpi maturi che conservano nella loro morbida consistenza il piacere del violato, del vissuto, corpi spietati e pronti a tutto, corpi indecisi e indifesi, timidi, sfilano intorno a quella seduta.
Nella sala, lunga e riscaldata da fuochi alle pareti, il re, il principe, il potente, o quel che sia, sta seduto, lo sguardo diritto, respiri piccoli e lenti, quelli di un'anima posata altrove, che vede senza vedere.
Lui è bello come nessuna donna tra quelle può essere, come nessuna donna, nemmeno se costruita con i migliori pezzi presenti in quella sala potrà mai essere; bello è il suo sguardo assorto, le labbra contorte involontariamente in una tarantola che parla da sola, che parla di un uomo senza requie, fermo e combattuto, con il suo naso imperfetto, da schiavo risorto nelle vesti di un imperatore.
Fissa il grande portone rosso, lontano, in fondo alla stanza, da tempo aspetta che si apra e si apre, lasciando entrare una figura marrognola, curva, che trascina i passi verso i suoi piedi e ai suoi piedi arriva, chinandosi.
- "Risparmiamoci le smancerie"
- "Signore..."
- "Tu non mi interessi, non mi interessa come ti chiami, rispondi e basta, guarda queste donne intorno a me, adesso non riesci a desiderarle perchè sei impaurito, ma quanto vorresti trovarle nel tuo letto, nelle tue stanze in decomposizione, nude e aperte sopra i tavoli puzzolenti di formaggio?"
Quell'uomo in tutto somigliante ad un groviglio di rami secchi, muove a scatti le pupille dilatate addosso a quelle donne seminude, e pure se poco concentrato pensa che il paradiso se esiste, e deve esistere, sarà in tutto e per tutto identico a quella stanza.
- "Signore, sono molto belle e sono tante, ma sono vostre, mai riuscirei a fare pensieri di..."
- "Oh maledizione, carogna, t'ho detto subito di risparmiarci le smancerie, evita le formalità, evita di parlarmi come si deve, tanto non ne saresti comunque capace, sei abituato a parlare con le pecore, il solo fatto che tu possa emettere dei suoni indirizzati verso di me, questo già m'offende, ma t'ho detto, passiamoci sopra."
- "Come vuole Signore, come vuole lei"
- "Quindi lasciamo perdere, è scontato che ti piacciano, vedi, su ognuna di queste, e ad occhio quelle presenti saranno una ventina, su ognuna di queste io sono passato, dentro ad ognuno di questi corpi io sono entrato, alle volte in maniera aggressiva, alle volte in maniera pigra, alle volte con forza, alle volte, e sono poche, con dolcezza, e una volta dentro di loro ho scavato, con tutta la profondità che questo corpo mio delizioso mi permette. Ho frusciato dentro ai fori più spanati, li ho grattati ai lati, ho spaccato con la punta frutti così acerbi da essere duri come noci, ma li ho spaccati sempre, con violenza, li ho rotti come crani umani in guerra, lasciando travasare, una volta spaccata la crosta, il loro interno liquido, rosso, e ho visto bocche aprirsi dal piacere e dal dolore, perdere fili di saliva dalle labbra sui cuscini, sui loro stessi corpi, tanto era forte la compressione, ficcate, possedute, impalate come marionette, scuoiare e farcite di me, ma io mai di loro, mai o quasi mai di loro"
- "Lei è un uomo molto potente e molto bello, tutto questo è giusto"
- "Ma io non provavo piacere, mi piacciono le donne, le adoro, in tutte le loro forme, ma questo non cambia le cose, non ho possesso di questo"
- "Io credo di poterla capire mio Signore..."
- "Tu non puoi capire, non mi illudo che tu possa farlo, se volevo confessarmi sarei andato dal vescovo che almeno possiede una sua certa cultura, da quando i principi si confessano ai pastori? No, non sei qui per questo, sono qui per dirti ben altro, per farti un regalo che tu non potrai, appunto, mai gustarti, mai comprendere."
- "Lei è così generoso... tutto quello che... sarà tutto bellissimo se proviene da lei"
Quel poveretto non aveva ancora mollato la tensione, comprensibile, i soprusi che il principe per noia si dilettava a commettere a danno dei paesani erano cosa nota, appartenevano al popolo ormai, era diventato intrattenimento, nessuno sapeva con esattezza se fossero mai accaduti, ma tutti ci credevano fermamente, rimpallando quelle vicende di bocca in testa, erano diventate una certezza e una paura concreta.
Torture, violenze, mutilazioni, stupri multipli, di gruppo, esperimenti sessuali di ogni genere e con ogni strumento, nella migliore delle ipotesi, ma spesso ci si arrivava dopo tutto un percorso, omicidi.
Quindi si ritrovava con tutti i nervi del collo tirati come le funi delle navi ormeggiate quando vogliono andarsene, la testa ancora abbassata, mai da vicino lo aveva guardato negli occhi, per la paura di perdersi e morire in quel nero assassino e immortale racchiuso nelle pupille del principe.
Le mani gli si chiudevano da sole, come se le dita volessero piantarsi dentro ai palmi, solo a vederlo faceva soffrire, non era più nemmeno paura, era solo l'attendere devastante di qualcosa di orrendo, che sarebbe capitato entro breve.
- "Si, sono generoso, questo è vero, per questo voglio farti questo dono e il mio dono per te è questo: ti invidio.
Non invidio la tua stupidità, la tua vita modesta, la tua povertà, le tue piccole ridicole soddisfazioni, tutte queste sono idee da ragazzini, il lusso e il potere mi piacciono e mai mi cambierei con un miserabile, brutto e ridicolo. Ma ti invidio la cosa più importante. Io non ti conosco, per me sei uno come un altro, un pezzo di fango dentro ad una grande bozza fangosa, ma io posso vedere ed invidiarti una cosa.
Ti vedo dentro ai miei occhi, alla sera, quando rincasi dopo un'altra giornata inconsapevolmente orrenda, ti vedo dopo una cena scarna, ordinare ai tuoi figli di dormire, dare la buonanotte al padre e alla madre e alla sorellina di tua moglie, vi vedo dormire tutti nella stessa stanza, così vicini che uno sbadiglio sarebbe un boato. Sento bene con l'immaginazione il desiderio dell'unica consolazione, spingere il bacino contro il culo freddo e vestito della tua giovane moglie... si, giovane, perchè a voi imbecillotti di paese piacciono giovani, quanti anni ha?"
- "Ne ha quattordi..."
- "Zitto non è importante, non mi interrompere, dicevo che sento la cosa che tieni in mezzo alle gambe gonfiarsi rapidamente, sento la salivazione che ti aumenta, e sento tutta la prudenza, l'attenzione massima nei gesti silenziosi, alzare la gonnellina da notte, spingere con il pollice le mutandine a metà delle sue cosce, e lei? C'è anche lei, anche lei desidera ma immobile, lascia completamente a te l'incombenza di far tutto, ma lo vuole, lo vuole la schifosa, e sfiorando col pollice senti il liquido, come se un bicchiere di miele caldo si rovesciasse fuori, copioso, da quella fessura carnosa. Percepisco il piacere di soddisfare una voglia covata forse tutto il giorno, forse da tanti giorni, la tua mano sulla sua bocca nel buio più totale, sento tuo suocero addormentato, sento soprattutto la tua cognatina ancora bambina capire tutto, ascoltare minuziosamente i vostri suoni inudibili, il vostro godere sussurrato, la sento bene lei ad eccitarsi segreta nel candore della notte contadina, sfiorarsi timorosa con la punta del mignolo.
Ed eccola infine, l'iniezione calda zampillare via da te e scendere dentro ai suoi canali dilatati... questo vale una vita ed io posso solo immaginarlo."
Per un attimo, il nervoso aveva ceduto il passo nella bocca di quel disgraziato inginocchiato, non capiva con esattezza, ma nella passione di quelle parole, di quelle visioni morbose, s'accorgeva della brama del principe verso la sua vita, comprendeva in quegli istanti come il potere nelle mani di quel ragazzo, bello, si fosse liquefatto, sciolto e ricompattato nelle sue di mani, che adesso mollavano la presa, aprendosi; dentro di lui un moto l'avrebbe voluto far sorridere, era sciocco, ma il rovesciamento di ruoli gli era arrivato addosso come una palla di cannone contro la schiena, inaspettato. Una sbruffonaggine nascosta gli stava crescendo dallo stomaco, l'aveva fatta al suo padrone senza nemmeno volerlo, l'aveva umiliato rimanendo semplicemente in silenzio, inginocchiato, sentendo di possedere quello che nessuno dei due in realtà possedeva, il piacere.
Avrebbe voluto alzarsi e farsi baciare le mani tagliate e deformate dai campi, una mantella gli si stava intessendo sulle spalle, rossa, e scendeva, cresceva.
Rimasero in silenzio, avendo tutti e due la certezza di quello che era e che stava accadendo.
Una punta, come quella di un coltello, si espandeva al lato della bocca del contadino, un sorriso incontenibile stava per sopraffarlo, si era già tradito, cominciava, e in meno di un secondo l'avrebbe invaso, disegnandogli una vittoria inesistente sul volto.
Uno sguardo.
Poi lo strappo del silenzio, come di un foglio di carta.
- "Uccidetelo."

domenica 14 novembre 2010

Un treno (una nazione?)

Un treno sfreccia immobile, in una distesa di mozziconi di sigaretta, a cumuli.
- “Non funziona? Mi gela il naso, gira la leva, girala al massimo, vedrai che poi viene fuori l’aria calda”
Una mano piega decisa un comando che permette di oscillare da un termometro blu ad uno rosso.
Lo piega sul rosso.
Da un marchingegno rettangolare sotto la finestra esce aria fredda, continua ad uscire aria fredda.
- “Lo vedi che non funziona? Non funziona Cristo santo!”
Una voce aliena, la stessa voce per tutti, pronuncia frasi conosciute:
- “Per ritardo nella preparazione del treno, questa tratta subirà un ritardo di 9 anni…”
Un attimo di silenzio attento.
- “Ecco, ecco fatto, quanto hanno aggiunto questa volta? Sei mesi? Non possiamo andare avanti così, è una porcheria, uno schifo, ho sentito che all’estero fanno treni ad alta velocità, le locomotive sono avanzate, queste sono le stesse da quando sono nato, da che ho memoria viaggio su queste, per non parlare della Scandinavia… Sai che gliele vendiamo noi? Le produciamo noi e noi non le abbiamo, assurdo…”
- “Maddai, non è un problema di locomotrici, è un problema organizzativo, non riescono a mettere insieme le linee, a farle combaciare, hanno soppresso pure il Torino-Ventimiglia”
- “Linee o no, è una schifezza, guarda le poltrone, guarda come sono, lerce, unte, non le lavano mica, fanno finta!”
Una cabina contiene sei persone, l’aria elettrica, carica della somma delle frustrazioni, ognuno porta la sua, mettono insieme gli ingredienti e mangiano, ognuno la sua lamentela, si guardano, tre davanti ad altri tre, si guardano nauseati e vomitano le loro sentenze, seduti.
Fermi, assolutamente fermi.
- “La colpa è degli scioperi, di chi sciopera, te lo dico io, questi non hanno voglia di lavorare, non hanno voglia di fare niente, cazzeggiare, ecco in cosa sono bravi, che vadano in Cina, vadano in Cina a scioperare no?! Ecco cosa si guadagna a voler essere “comprensivi”, poverini, non hanno voglia di lavorare, e chi ci rimette? Ci rimetto io, mi stanno aspettando tutti, come al solito.”
- “Scusate, io queste cose le studio ed è proprio per questo che non posso dirvi il vero motivo per il quale siamo fermi ancora una volta, tanto non capireste.”
Uno di loro, seduto centrale, lascia la parte più esterna dell’unghia del pollice che con energia cercava di spaccarsi, lascia il silenzio:
- “Scendete no? Che dico scendete, affacciatevi ai finestrini, dite a quelli che ci stanno guardando fuori come pinguini che fissano l’orizzonte di fare qualcosa, ditegli che di qua non ne usciamo se non facciamo qualcosa, non ci muoveremo se non ci muoveremo noi per primi.
Oppure andate dal capotreno, sgridatelo, o strappate le poltrone, incendiate le cabine; ma questa in effetti è una soluzione sciocca, non piace nemmeno a me, ma io dico, dobbiamo obbligatoriamente parlare tra di noi?Noi sappiamo come stanno le cose, le sappiamo da sempre, ma fermate il ragazzo con le cuffie, parlate a quel signore anziano che dorme sotto al quotidiano, dite a quella madre mancata che un figlio forse ce l’avrà, ma non fintanto che rimane a specchiarsi contro il vetro. Quando scenderete, perché voi scenderete senza esservi mossi di un centimetro, evitate di dimenticarvi quello che provate adesso, trattenetelo, ditelo fuori, ditelo dopo, e per dirlo rimandate la cena, l’appuntamento, il telefilm, il film, la palestra, la televisione, il massaggio, il gattino, i bacetti, il lavoro, il blog, il sesso, fatelo no?! Lamentatevi fuori, rimandate le cose che vi piacciono per lamentarvi, per cambiare o no?!”
Gli sguardi in basso, gli occhi ammoniti, le gambe ferme.
Niente, assolutamente, niente.